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lunedì 5 maggio 2014

Disegnami



Con le mani
sulla schiena

Disegnami
le mappe dei sogni che ospiti
in segreto

Disegnami
le nuvole della tempesta in arrivo
con la nuova stagione

Disegnami
la scure che libera gli ostaggi
che della vita han fatto catene

Disegnami
la libertà di essere quel che sei
senza di me

Disegnami
la voglia la poesia
il tormento l'anomalia

Disegnami
quel che ti porta via

E dai un nome
ad ogni colore
ad ogni tracciato
ad ogni confine

Ch'io possa orientarmi
e cercarti se lo vuoi
e fuggirti se non puoi









martedì 18 marzo 2014

Dissimilitudini



Dissimulo la fame che ho nelle Mani
Diventando sazio e immacolato

Dissimulo il ricordo delle favole ascoltate
Distribuendo le domande e la malinconia
Dentro una bottiglia nel fiume

Dissimulo il bisogno che ho di stare insieme
Dilatando spazi che non ho
Divincolandomi e facendomi piccolo piccolo

Dissimulo la rabbia l'allegria la codardia
Dissimulo l'apatia vestendola di
lavoro

Dissimulo l'impegno e la fatica vestendoli di sogno
Dissimulo la vergogna indorandola col coraggio
l'egoismo e il tecnicismo,
l'abilità
di essere chi sono, ma anche chi no

Fotografia dipinta
polaroid graffiata e pittata a gusto e somiglianza

E dissimulo la nostalgia
imbottito di impegni
e di segni
nella mente, per la mente
per stare con te,
per stare con me
che poi lo so chi sei?
che poi lo sai chi sono?

Per sognare ancora un po'
d'esser Cavaliere
d'esser Re

d'esser Lancillotto
ed Artù

e Ginevra, tu,
un po' per tutti e due.





giovedì 26 dicembre 2013

Il Segreto dei Due Natali e Mezzo.




UNO-
Mi sveglio presto, ma non troppo.
Un po' di the e due biscotti.
Il caffé, mi raccomando.
Poi sistemo la cucina: tavolo libero, fornelli in ordine.
Si comincia. Uova, pangrattato, una manciata di polenta, un petto di tacchino.
Taglio, impano, spezio e salo.
Friggo e assaggio. Assaggio e friggo. Poi sistemo la cucina.
Meglio non pranzare. Meglio dormicchiare, che poi ho da fare.
Tavolo libero, fornelli in ordine.
Finocchi, cavolo, spezie e formaggi, pangrattato e una manciata di polenta.
Taglio a pezzetti, faccio bollire, inforno e mi gusto il profumo.
Impacchetto gli ultimi regali.
Autostrada. Arrivo presto e aiuto a sistemare.
Antipasti, primi, secondi, buffet.
Tengo via i cani dal cibo e intanto ne rubo un po'.
Arrivano tutti. La Famiglia è riunita. Ci sono tutti.
Quasi tutti, che manchi Te.
Ma che Natale...
Finalmente si mangia, io prima degli altri. Ridono: Apri le danze!
Antipasti in quantità, primi buonissimi.
I secondi magari domani? Domani.
Tombola! Ambo, terno, quaterno, cinquina, Tombola!
I regali riciclati, i regali annunciati e i regali imprevisti.
Estrazione! Primo giro, secondo giro, terzo giro.
Le frasi ad effetto, Che ti capita quella giusta per te. Rifletti!
Altri regali riciclati, altri regali annunciati, altri regali imprevisti.
Le risate, le risate, le risate. Vi voglio bene, ma tanto voi già lo sapete.
Sogni d'oro. Domani è Natale. No: è già arrivato. Auguri!
Ho sonno e sorrido, m'addormento e sogno.
Sogno di Te, che non sei qui.
Sogno di me, che non sono lì.

DUE-
Mi sveglio, tranquillo: il cibo è già pronto, i giochi li ho presi.
I regali li hanno già avuti.
Il telefono squilla: Passiamo noi, ci stai? Hai preso i limoni?
Forza che siamo in ritardo!
La Ciurma è quasi al completo. Questo è il Loro Natale.
Che poi è anche il mio.
Partiamo: la pioggia, il vento, i capannoni, le rotonde e le auto nevrotiche.
Le canzoni storpiate, le confessioni nelle orecchie, il racconto della Vigilia.
Arriviamo e la casa è una reggia piena di ninnoli e storie da farsi raccontare.
La tavola è enorme: bianca, con le candele rosse e il vitello tonnato nel centro.
Ci prepariamo. Metto la musica. Balliamo, ridiamo.
Imbarazzo, complicità, un pizzico di noia.
Le risate, le risate, le risate.
Ma la tua famiglia oggi non la vedi?
Ma la tua famiglia oggi siamo noi?
Una sorpresa dalla vecchia Guardia. Ci si confronta e ci si coccola.
Mangiamo e cantiamo: stonati, in coro, da soli, intonati, vergognosi e sfacciati.
Merenda con le cotolette impanate, una fetta di pandoro e due caffé, facciamo tre.
Si sbaracca in fretta, che è tardi!
Corriamo: la pioggia! Mi son dimenticato una borsa! Torniamo indietro!
Dai, veloce!
Raccogliamo una Bimba Dispersa.
Grazie del sonaglio, l'ho appeso sopra al letto.
Ne sono lieto.
Torniamo alla base: Camomilla per tutti?
Niente cena? Ma scherzi???
Filmetto e commenti a manetta.
Ma riesci a star zitto? E intanto si ride.
A nanna Ciurma, che è tardi.
Io dormo da sola? Ho paura. Posso tenere la luce? Possiamo parlare un pochino?
Raccontami del tuo Natale: io mi sono divertito tantissimo.
Anch'io!

E MEZZO-
Te, dai: l'anno prossimo, passiamolo assieme.























sabato 23 novembre 2013

Quella volta che il Ciclope Sottosopra prese il volo


Sottosopra era un Ciclope, ingombrante ed enorme. Aveva le braccia e le gambe lunghe, le mani grandi, i piedoni spaventosi e la pancia che cresceva di quando in quando, ma non diminuiva mai. A tavola mangiava per due Ciclopi, a letto occupava il posto per tre e quando rideva aveva una voce per quattro. Sottosopra era un Ciclope volubile: un giorno era ghiotto di pecore, un giorno le detestava, un giorno amava intagliare e ridipingere ponti e muraglie, un altro giorno li abbatteva con foga e gran divertimento. Sottosopra era un Ciclope a cui piaceva desiderare ed immaginare cose e situazioni. Non tanto che gli fossero utili, ma proprio che le voleva e le immaginava: leggeva un libro di filosofia? Voleva essere un filosofo. Leggeva un articolo di maglieria? Voleva diventare sarto. Parlava di barche col vicino? Voleva diventare un armatore possedere una flotta di navi e partire per commerciare coi quattro cantoni. E ne restava convinto fino alla scoperta successiva, fino alla prossima idea, fino alla trovata dopo.

"A voler questo e voler quello", gli diceva sua moglie Mignolina, "finirai per prendere il volo!" - e aggiungeva: "Guarda che poi finisce che sparisci sulla Luna e non ti veniamo mica a riprendere, sai?".

Sottosopra il Ciclope mica ci credeva, a quelle cose lì. Era grande e grosso, solido come una roccia e pesante come un macigno: di volatile non aveva proprio nulla. "Di sicuro, se c'è una cosa che non posso fare è volarmene via", continuava a ripetersi.

Piano piano, più si ripeteva che non poteva volarsene via, più si sentiva strano. Ciondolava di qua e di là, con una falcata instabile e barcollante, sempre preso dai suoi pensieri, col suo grosso e possente occhio puntato ora alle stelle, ora alla luna e qualche volta alle nuvole. Mignolina e gli altri abitanti del villaggio cercavano di chiedergli che cosa avesse e cominciarono a dirgli che se non la smetteva di tenere lo sguardo per aria, avrebbe finito per sotterrare qualcuno, tanto grossi erano i suoi piedi.

Ma niente: i pensieri di Sottosopra si facevano assillanti e lo rendevano insensibile agli avvertimenti. Un giorno decise che doveva sapere se e come, "a voler questo e quello", avrebbe mai potuto prendere il volo. Certo, lui era ancora convinto che non avrebbe potuto, ma gli era proprio venuta voglia di saperne di più.

Così fece quello che sapeva fare meglio e si mise alla ricerca di un libro che gli spiegasse se i Ciclopi possono o non possono volarsene via da un momento all'altro. Prese la sua borsa e andò alla biblioteca del villaggio, ma la bibliotecaria lo guardò perplesso: "Sottosopra, qui abbiamo libri semplici, per questo genere di libri devi andare in paese".

Sottosopra non ci pensò due volte: si girò e con una mezza giornata di cammino attraversò valle e fiume, piombando sul paese e precipitandosi verso la Biblioteca. "Signor Ciclope!" - domandò il luogotenente dei gendarmi, che gli bloccò la via, rosso in viso e molto intimorito - "E' un piacere averla qui, era un po' che non si faceva vedere... cosa possiamo fare per lei?"
"Cerco un libro che mi spieghi se e come i Ciclopi possono volarsene via all'improvviso"
"Chiederò al Bibliotecario, ma temo che qui ci siano solo volumi di giardinaggio, allevamento e robe così".
Sottosopra aspettò un bel po’ di tempo, nel quale si sedette sbadatamente su un carretto del mercato e si mise a giocare al tiro al piattello con le pecore d'un povero allevatore che passava di lì, lanciandole oltre al campanile. Tutto trafelato, il gendarme richiamò la sua attenzione: "Signor Ciclope Sottosopra, da noi, libri così non esistono. Vada in Città!"

Sottosopra lanciò stizzito l'ultima pecora, che belando arrivò talmente lontano e talmente in alto che alcuni dicono ancora di vederla passare a mo' di satellite nelle notti di Luna piena. Il Ciclope riprese la sua marcia, sempre più torvo in volto: ad ogni passo apriva buche sempre più profonde, ad ogni balzo saltava fossi e fiumi con rimbalzi sempre più possenti. Tanto che la terra aveva cominciato a tremare. E in città si erano accorti del suo arrivo da molto, molto lontano.

Ora, se voi foste il reggente di una città per bene, con le alte mura i fossati e tutto il resto, e vi accorgeste che un Ciclope enorme sta arrivando al galoppo come un terremoto verso di voi, cosa fareste? Il reggente della Città fece quello che sapeva fare meglio: chiamò a raccolta il Gran Consiglio dei Maghi. "Dobbiamo impedirgli di arrivare fin qui!" convennero i Maghi, che si appostarono lungo i bastioni più alti e cominciarono a invocare qualche strana Dea, due o tre spiriti dei Boschi e tutti e quattro gli Elementi: un po' per caso, un po' credendoci per davvero. 

Immaginate la sorpresa di Sottosopra quando, sempre più intestardito a raggiungere la biblioteca per trovare il libro che spiegasse come un Ciclope può prendere improvvisamente il volo, si sentì investire da un vento forte umido e turbolento, talmente vorticoso da riuscire a sollevarlo da terra. Le urla e le bestemmie che uscirono dalla bocca di Sottosopra convinsero ancora di più i Maghi che tenere lontano il Ciclope era decisamente la cosa giusta da fare, ed aumentarono il numero degli dei e dei santi e dei martiri che stavano invocando. Attorno a Sottosopra si creò un vero e proprio ciclone, che piano piano raggiunse dimensioni enormi, sollevando il povero Ciclope ben oltre le montagne, le nuvole e le stelle: fin dentro le valli più profonde della Luna. Pur lottando con la volontà  di un enorme Ciclope, Sottosopra non riuscì a far altro che a perdere le forze, andando a schiantarsi fortissimamente sul suolo lunare, fiacco stordito e privo di sensi. 

Quando Sottosopra rinvenne, ci mise del buono e del brutto per capire che aveva preso il volo davvero ed era finito sulla Luna. 

Era solo e lontano da casa. Non aveva nulla da mangiare e non aveva con sé altro che i vestiti che indossava e la sua borsa a tracolla. 

Frugò nella borsa e trovò un piccolo libro intitolato: "Quella volta che i Ciclopi impararono a scendere dalla Luna". 

Nella prima pagina, c'erano quattro o cinque paroline firmate a mano: "Adesso fatti venire la voglia di tornare a casa. Mignolina". 












mercoledì 21 agosto 2013

I tuffi, dopo.




C’era il mare, una manciata di notti fa. Del resto c’è sempre il mare, quando ti sogno.

C’era il mare e noi eravamo nell’atrio di un grande edificio di legno e mattoni, in cima ad un’isola. Eravamo lì per lo spettacolo teatrale che i tuoi vecchi studenti tenevano per la fine del liceo. Erano tutti cresciuti e tu li salutavi con grandi sorrisi e lacrime gioiose. C’erano persino dei miei insegnanti delle superiori. Tutti mi stringevano le mani e mi sorridevano, e sorridevano anche a te e ti lasciavano passare tra loro: scansandosi gentilmente. Aspettavi un bambino.

La mattina dopo lo spettacolo, l’edificio era un centro termale: ti ci avevo portato in vista del parto. E mentre uscivamo all’aperto, guidati dal medico capo a visitare l’isola, il mare attorno disegnava le più belle insenature che si potessero immaginare: già sognavo di saltarci dentro. Ora però non potevo: Dopo il parto, dicevo, mentre il medico capo mi trascinava più in là, seguendoti.

E il mare intanto si gonfiava: sbatteva forte contro gli scogli, colorandosi di quel blu che è un po’ grigio e un po’ verde, di quando il mare si colora di scuro ma è tanto bello che vorresti tuffartici dentro e disperderti con le onde: bianche, segnate e piene di schiuma. Tu eri dolcissima, lenta, con una bella pancia tonda. E tutti ti salutavano e sorridevano e tu con loro. E camminavi, un po’ tra le onde, un po’ sulle passerelle.

Mentre io mi preoccupavo solo che il mare non ti portasse via, e di trovare il posto giusto dove avrei fatto i tuffi, dopo.




Accoglienze



- Io voglio!
- Fermo lì, trogolo!


- Io sono.
- Avanti, amor mio.




domenica 24 marzo 2013

Domenica





Un volano,
che gira e riprende
le voglie, le forze, le foglie,
che apre le porte
su altre doglie, su altre soglie.

Così, un racconto:
la voce tua della fantasia
per me
che resto in attesa

d'esser mosso
e smosso
come una foglia
una voglia
una soglia.

mercoledì 2 gennaio 2013

Un altare ad un dio differente

 
 
... e in ogni angolo della mia anima, c'è un altare ad un dio differente....
 
 
Così  scriveva Pessoa, negli anni a cavallo tra i Dieci e i Venti del Novecento. 
 
E se fosse così anche per me?
 
Quali altari potrebbero albergare nella mia anima?
A quali Dei sarebbero votati?
Quali deschi sarebbero lucidi e pieni di sacra energia? 
E quali oscuri, tenebrosi, quasi privi di vita?
Quali altri sarebbero in divernire?
E quali, infine, gettati nella polvere, sbeccati e dimenticati?
 
Se in ogni angolo della mia anima ci fosse un altare ad un dio differente...
 
... Ci sarebbe il monile d'una Dea dalle grandi mani e lo sguardo aperto, le braccia larghe, pronte a fermare e ad accogliere. E l'anima lo indosserebbe e ne assumerebbe le sembianze per adorarla fermando e accogliendo le anime altrui. 
 
... Ci sarebbe la maschera d'una follia incontrollabile, da indossare ballando e scuotendo le braccia le gambe e le cose attorno, lanciando, smembrando e demolendo ogni forma, non avendo altra soluzione che non l'immane e prorompente espulsione d'ogni carica accumulata.
 
... Ci sarebbe la figura d'una Dea, col viso disteso e la pelle d'avorio, con gambe e braccia raccolte sotto di sé, la nuda schiena e le spalle scoperte dai capelli, a mostrare le palme dei piedi e delle mani, appena sotto le curve mai pronunciate. L'anima l'accarezzerebbe e la bacerebbe senza sosta o ritegno, adorandola e spingendola ad aprirsi con ogni mezzo e malizia.
 
... Ci sarebbe il busto di un Dio senza volto con tutti i volti, con otto e mille braccia. E in ogni braccio un pendaglio ch'é mille pendagli. E indossando il busto, l'anima richiamerebbe ogni oggetto e immagine e personaggio da far vivere in sé e davanti a sé: una Luna di formaggio e le nuvole di panna, Darwin innamorato e Rodari al telefono, spade scintillanti e alberi parlanti, futuri possibili e mete sempre raggiungibili, i racconti nelle stelle e nelle anime ribelli... 
 
... Ci sarebbe un'incudine e, accanto, un martello. E l'anima picchierebbe duro il metallo e la materia tutta, fino a trarne la forma e l'essenza agognata. Pesando, misurando e colpendo la materia scaldata e modellata: bruciando e consumando una parte di sé, fino ad assomigliare ad un grande sole cocente.
 
... Ci sarebbero due scarpe col fondo di piombo e due guanti di velluto, che l'anima indosserebbe per camminare sui fondali scoscesi della vita più grama e torba, per rallentare e guardare le cose e le persone per quello che sono. E trattarle con la cura dovuta.
 
... Ci sarebbero una montagna ed un fiume, una cascata ed un mare, del vento e un paesaggio infinito. E l'anima si dissolverebbe in loro, diventando filo d'erba e radice di quercia, spruzzo d'acqua e sasso che rotola, pietra millenaria e foglia morta.
 
Se così fosse, questa sarebbe la mappa degli Altari nella mia anima... Questa e altre mille ancora che si scrivono e si disegnano ad ogni passo, ad ogni parola.
 

domenica 2 dicembre 2012

Senza traccia


Una bianca città, per farci strada nella luce dell'universo. Il bianco vibrante ad ogni angolo e fessura, senza alcun dolore per la vista. Gli alberi, lucenti e lucidi, dalle cortecce lisce ed albine, trasportati da un vento pudico e gentile. E quel vento, tra loro, a spargere nell'aria scintille leggere come stelle, sul fondo d'un cielo immobile. Laggiù gli abiti nostri, soffice cotone luminoso, a lasciar fuori i piedi e le mani nude, per carezzare le superfici pulite dei corpi, cadono in ogni attimo, senza lasciar traccia: nella luce dell'universo.

giovedì 15 novembre 2012

Le mie giornate piene

 
 
La Principessa del Mare riempie le mie giornate. A volte anche solo il pensiero di lei. Mi riempiono le giornate i suoi sorrisi, i suoi bronci, i suoi sfoghi, la sua innata incapacità di mettersi addosso una coperta senza lasciar scoperti i piedi, ai quali pare non abituarsi mai, ora che è lontana dalle sue amate acque. 
 
A riempirmi le giornate, a volte, sono le lacrime che non piange e le parole che non dice: come la canzone che fa Filo filo del mio cuore, che dagli occhi porti al mare, c'è una lacrima nascosta che nessuno mi sa disegnare. A volte pure io mi dimentico come si disegnano le lacrime che non si vedono, e mi rammarico e mi dispero, ché stare al suo fianco dovrei guadagnarmelo anche così, e invece no.
 
Altre volte a riempirmi le giornate sono le sue mani, timide e riservate quanto le parole e gli sguardi, regalandomi carezze inattese e vaporose meditazioni, in dolcezza seconde solo alle sue risate: piene di gusto e di armonia. Perché quando ride, o s'imbarazza, la pelle del viso le si arrossa tutta e le incorncia le labbra, e le illumina gli occhi.