La tristezza, a volte, pesante e gravosa, mi schiaccia e mi tira verso il fondo. Come la bocca di uno Shai-Hulud personale, si apre nel petto una voragine tale che pensare e fare e agire e scegliere sono impossibili, distanti: lontani sull'orizzonte come quella nave, nella vecchia canzone.
Lucida, la mente mi vede versare lacrime che non si fermano. Tremanti, le mani restano incapaci di muoversi e solo possono aggrapparsi ad un tavolo, ad una sedia, per tenermi in piedi.
Le gambe, solitamente rigorose e vigorose, sfumano in colonne di vapore e sostengono il peso d'un corpo-prigione che si zavorra con l'inutilità del vivere.
Ed è la fame, vorace, che più temo. Nemica indiscussa d'ogni pensiero e d'ogni ansia, capace di addormentare ogni timore, appianare ogni depressione di quel terreno umorale sul quale cammino scalzo e indifeso: la Fame contro cui lotto mi spinge a cercare nutrimento per l'anima mia alterata in precisi bocconi, che mi ridiano quella forma traboccante, obesa e difesa, che mi aiuti - mi illuda - a tenere lontane le paure e le ansie. E le tristezze profondamente vuote.
Ed io combatto, aggrappate le mani alle sedie e ad i tavoli, per non cadere nella bocca della voragine sabbiosa che il mio petto custodisce.
